
FIRENZE. Riuscire a far tacere, per poco più di un’ora, un’orda di studenti liceali convincendoli, con la sola lusinga del teatro, a silenziare o addirittura spegnere i propri telefonini, è già un inestimabile successo. Non poteva essere altrimenti, perché i suoni che giungono dal palco della preistoria suscitano, contemporaneamente, fascino e mistero e lo spettatore non può fare a meno di cercare di capire a quale fiera appartenga quel sibilo stordente, coperto da ululati dimenticati, a loro volta soppiantati da conversazioni familiari, classiche, usuali, estraibili da qualsiasi contesto domestico. A rimbalzare dal jurassico ai giorni nostri ci pensano, con le loro ugole, le loro voci, le anime perse chissà in quale girone dantesco, Marco Cavalcoli e Monica Piseddu (abituati a frequentare i piani alti dei riconoscimenti Ubu), affiancati, lungo la stessa bisettrice scenica, da Ivan Graziano e Arianna Pozzoli, che completano le voci ad archi e a cappella, di Ashes, lavoro metropolitano della Muta Imago, esibizione senza tempo, né storia, senza corpi, né contesti, ma con un indispensabile sottofondo musicale, quello abilmente prodotto da Lorenzo Tomio, alla chitarra, al violino, alla consolle, andata in onda, ieri sera, al Teatro Cantiere Florida, con una platea di giovanissimi ammutoliti dall’emozione di scoprire che gli effetti speciali sono quelli che ci accompagnano, sistematicamente, lungo tutto il nostro cammino, da quando iniziamo ad avere percezione fino a quando non l’avremo più, per sempre e che spesso è sufficiente prestare la dovuta attenzione a quel che ci succede attorno per riuscire a capire che cosa ci siamo venuti a fare.