di Letizia Lupino

PISTOIA. Ah, che bello correre dopo lavoro verso il Funaro di Pistoia con la palpabile sensazione di un sorriso compiaciuto e presto soddisfatto. Ciò che ci attenderà sarà dunque rapidamente svelato: il palco ingombro mostra la sua stretta ampiezza, sei quinte che nascondono altrettante impalcature di luci; un tappeto di fiori inebria il pavimento e poi sedie e tavoli, alcuni rovesciati a terra e altri no, bottiglie e bicchieri, lampadine e stelle filanti tutto intorno: l’indiscutibile passaggio umano, la fine della festa. Fabio Troiano guidato da Giorgio Gallione guiderà noi, attraverso Il Dio bambino, nei meandri di una normalissima storia d’amore, a tratti quasi banale, nell’annoso confronto relazionale tra uomo e donna. Un cicerone che ci traghetterà per più di un’ora tra maree, cavalloni e secche con l’indubbio salvagente ironico. Trent’anni. Sono passati esattamente trent’anni dalla stesura di questo testo da parte del Signor G e Luporini che stasera vive e pulsa di un rinnovato vigore con la lapalissiana certezza che fra altri trent’anni continuerebbe a brillare fulgido. È una strada che si consuma parola dopo parola, gesto dopo gesto, passo dopo passo. Un tragitto fisico oltre che figurativo quello che Fabio fa, perché è come se donasse nuova tridimensionalità raccontandoci la sua vita, una porzione, forse la più importante, sicuramente la più travolgente.