
PISTOIA. Ci vogliono coraggio e disciplina registica (Rimas Tuminas), saggezza e lungimiranza d’adattamento (Fausto Paravidino), lungimiranza produttiva (Teatro Stabile del Veneto) e impeccabili protagonisti per ridurre a novanta minuti un interminabile dramma secolare di tre atti. Perché prima o poi, il passato, soprattutto quello tenuto demagogicamente nascosto, riemerge e i suoi effetti sono generalmente catastrofici. Perché non c’è più tempo di riparare al danno e gli scheletri, tenuti ben nascosti negli armadi, prendono forma e corpo, iniziano a parlare, a raccontare e sui piccoli e grandi castelli di sabbia costruiti con la menzogna basta si imbatta una semplice onda, non un’imponente mareggiata, per cancellarli. La storia è vecchia, circa un secolo e mezzo, ma la sentenza degli Spettri di Ibsen è ancora attualissima, perché l’ipocrisia, non solo quella borghese, ma anche quella che circola un po’ ovunque, anche nel sottoproletariato, la fa ancora da padrona. Soprattutto se si affida il racconto e dunque il ruolo, doppio, di abile e indispensabile protettrice/mistificatrice prima e di esasperata rivelatrice di verità dopo, a una femmina di rare fascino ed eleganza come Andrea Jonasson, (81 anni il prossimo 29 giugno), una tedesca con il vezzo francese della erre blesa che non a caso è stata compagna e collega per ventiquattro anni di uno dei mostri sacri del teatro italiano, Giorgio Strehler.