
PISTOIA. Antonio Latella, delle nuove tacite disposizioni teatrali, quelle che raccomandano spettacoli brevi, novanta minuti al massimo, ma possibilmente meno, se ne fotte altamente. Fa bene, perché se lo può permettere. Sì, perché è uno sperimentatore indefesso, con uno sguardo maniacale ai dettagli, quelli che sono religiosamente osservabili e osservati da attori modello-Ronconi, la scuola generazionale con la quale, chi sale sul palco, non può non farci i conti. La dimostrazione, l’ennesima, è arrivata al Teatro Manzoni con Chi ha paura di Virginia Woolf, di Edward Albee, uno dei testi più malleabili per le rappresentazioni perché ci si può fare praticamente tutto. La duttilità del testo e l’intelligenza visionaria del regista sono poi amplificate dalla bravura dei quattro protagonisti, che non sono due prime donne e due affiliati, ma quattro attori che non perdono di vista, mai, i loro ruoli, di vittime e carnefici, di spettatori e protagonisti. A cominciare dalla poetessa Sonia Bergamasco, che prima di vestire gli abiti dell’infelice alcolizzata Martha, ha presentato, alla libreria Lo Spazio, la sua raccolta Il quaderno (La nave di Teseo), a conferma della poliedricità artistica della 57enne milanese che è la dimostrazione lampante di come lo studio e l’applicazione (dieci anni fa, al Funaro, non ci impressionò affatto) paghino eccome.