di Letizia Lupino

PISTOIA. Un primo pensiero spontaneo arriva direttamente lì, gli indizi elementari ci sono tutti: una sorta di porta d’ingresso, valigie sparse, la finzione di essere all’aria aperta, le poltrone per l’attesa e l’attesa stessa. C’è voluto un po’ per tentare di mettere a fuoco, in confini a noi riconoscibili, il quadro che ci si para davanti, anche se, un tappeto verde a mo’ di prato, una cornice sospesa e un ramo di acero a mezz’aria ci fanno pensare che più che una stazione il Funaro di Pistoia abbia allestito un sogno, con accostamenti senza senso durante la veglia, ma che si agganciano perfetti come un puzzle quando ci lasciamo andare posando la ragione sul comodino. Allora le voci tacciono, i cellulari si spengono e le luci si abbassano; Giuseppe Cederna entra sul palco come se fosse in ansia da ritardo, dando l’impressione di non sapere bene dove andare, le valigie in mano, uno sguardo perso verso l’oltre e una voce che dall’alto si fa largo nelle nostre orecchie: Mia cara Lison… Ed è così che inizia il viaggio, sembra proprio il caso di dirlo, di un corpo. Giuseppe Cederna incarnerà, battuta dopo battuta, il ragazzino dodicenne che si fa giovanotto, poi adulto, poi anziano fino a spegnersi all’ottantasettesimo anno di età, è un discorso confidenziale tra lui e noi, è la messa in scena di un diario segreto ma non intimo, sai quante riserve ho sul resoconto dei nostri mutevoli stati d’animo.