
FIRENZE. Datemi una foto e vi spiegherò il mondo. Almeno il mio. Ma non perché dalla foto si possa risalire ai genitori, alla famiglia, al quartiere, agli amici. No. La foto è un meraviglioso tragico pretesto grazie al quale, senza andare in analisi, l’osservatore riesce a vomitare tutto quello che ha tenuto involontariamente, ma gelosamente in seno, per una vita intera. E un giorno, il 21 maggio 2004, per l’esattezza, il Washington Post pubblica quel macabro rituale della prigionia di Abu Ghraib dove una ragazza, una teen agers qualsiasi, capelli corti, corpo minuto, occhi anonimi, ma in divisa militare, tiene al guinzaglio un uomo da poco torturato e che poco dopo continuerà a subire torture. Claudine Galea, che aspettava un momento propizio per liberarsi di dosso tutte quelle sovrastrutture che fino a quel momento l’avevano appesantita fino al soffocamento, in quella foto non vede quello che ogni spettatore inorridito scorge e impietosito invoca la carità, ma ben altro, che poco o nulla sembrano avere a che fare con quell’immagine inequivocabile. E si mette a scrivere: Au bord, un viaggio a ritroso iniziato proprio da quella fotografia che fa il giro del Mondo così come l’autrice riesce a rovistare sé stessa.