di Letizia Lupino

PISTOIA. È un biglietto che sventola con una certa sollecitudine quello che mi accoglie al Funaro di Pistoia. Sono arrivata tardi, sì, quantomeno ho spaccato il minuto. Con ferma gentilezza vengo invitata ad entrare svelta in sala con un altro biglietto in mano, lo guardo senza attenzione, mi siedo; lo riguardo: Every brilliant thing, 999.997 l’alfabeto. È così che mi rendo conto che fino a quel momento il mio sguardo non si era fermato oltre la punta del mio naso. Alzo la testa e mi accorgo che la sala è gremita, le sedie mangiano parte del palco non compromettendo in alcun modo la poca scenografia presente: un tavolo, una grossa scatola e un panchetto. Il pubblico fremente nella sua compostezza tiene in mano il solito biglietto che ho io, sbircio a destra e a manca: sì, ce l’hanno tutti. È una morbida partecipazione a quello che sarà. Il protagonista-narratore è già in scena e aggirandosi per lo spazio ci guarda come se il focus fossimo noi. Le luci rimangono accese, nessuno stacco, nessun avvertimento e lui comincia a parlare. Filippo Nigro muove i primi passi lasciandoci attendere all’uscita di scuola, lasciandoci immaginare di essere tutti quanti bambini di sette anni alle prese con l’evento che segnerà, inevitabilmente, la vita di tutti noi per 90 minuti. È un lungo racconto-incontro che scivola fra le volute di una vita intera.