
LIVORNO. E chi vi dice che sia una disgrazia, cadere. Nella premessa non ci sono retaggi cattolici, che benedicono gli ultimi, né di riscossa, che animano la speranza. Cadere e restare a terra, senza accusare fratture, emorragie, dolori, capogiri, contusioni. Restare a terra perché la vita, di più, oltre a quello a cui ci ha condannato, non possa ulteriormente infliggere. A raccontare questa storia, Di Malavoglia - tra un complemento di specificazione e una locuzione avverbiale - surreale, poetica, morale, civile e politica soprattutto, ha pensato Michele Santeramo, uno degli ospiti di prestigio di Scenari di Quartiere, rassegna nomade di Livorno che invece che approfittare degli spazi consueti, ha deciso di impreziosire angoli di città che altrimenti sono riservati e destinati a passeggiate con molossi e soprammobili al guinzaglio, qualche canna e pomiciate all’imbrunire. È successo lì, nel Parco sotto le mura Lorenesi, nel quartiere San Marco, poco dopo le 19,30, quando il sole alto e caldo ha iniziato la sua quotidiana e inesorabile discesa agli inferi notturni, regalando alla numerosa platea, principalmente femminile, come al solito, l’ombra indispensabile per assistere alla rappresentazione senza obbligare nessuno a farsi visiera con una mano appoggiata sulle sopracciglia. I gabbiani, in compenso, letteralmente insensibili alla poesia del racconto, hanno continuato a emettere, imperterriti, i loro garriti, che appartengono al rito, essenziale, della cena, quando il vento decresce, il mare si appiana e pescare è più semplice.