PISTOIA. La notoria scaltrezza teatrale di Roberto Valerio, mago dei tempi di distribuzione del serio e del faceto, dell’evasione e della concentrazione, di come condurre il pubblico con redini elastiche fino al tramonto senza soluzione di continuità, si è presa una pausa e ha messo sul piatto della propria biografia un’opera di altissima risoluzione ottica, chiedendo ai protagonisti assoldati alla bisogna uno sforzo superiore. Il risultato, Zio Vanja, opera plurirappresentata e pluridecantata del drammaturgo russo Anton Cechov, è oggettivamente superlativo. Certo, è un testo che consente, anzi, obbliga, gli ardimentosi a cimentarsi in improbabili rielaborazioni, vista la sedimentazione di cui gode ormai di oltre un secolo, ma l’operazione del regista romano è veramente impeccabile. Dalla scelta dei protagonisti, uno migliore dell’altro, a quella della scenografia per il riadattamento, per quattro atti che si consumano, tutti, all’interno del salone della tenuta e che sembrano inseguire l’immobilismo delle singole personalità, dilaniate dalla necessità di dare un senso alle proprie esistenze senza però riuscire, ognuno all’interno del proprio microcosmo, a fare qualcosa, a muoversi, ad agire. Di Zio Vanja non vi diciamo nulla per il rispetto che si deve nei confronti di lettori alfabetizzati.