PRATO. Non si era mai cimentato con Samuel Beckett, solo perché lo è profondamente, beckettiano. Ma ora, deve essere decisamente più tranquillo, Massimiliano Civica, tanto che per il suo Metastasio, del suo mai confessato mentore ha deciso di portare in scena una delle opere più controverse, difficili, introspettive: Giorni felici. E conoscendo i rischi che avrebbe potuto correre con un’opera così minimale, insignificante, virtualmente esposta dunque a vessazioni di ogni tipo, ha affidato il monologo a un diaframma mostruoso, quello di Monica Demuru, pietrificata e pietrificante, ma agile, snella, ficcante e imprevedibilmente ottimista al cospetto di una situazione, parossistica quanto vogliate, certo, ma che non può che offrirle un’unica via d’uscita, il suicidio, tra l’altro facilitato, almeno fino a quando la vita/sabbia non la sommergerà fino al collo, dalla rivoltella che ha nella sua borsa scura, a portata di mano, dove ha lo stretto necessario per trascorrere le giornate: rossetto, specchio, lente di ingrandimento, dentifricio e una lima per le unghie, di setola animale. Anche il ruolo del marito, oggettivamente meno faticoso e impegnativo, occorreva affidarlo a un personaggio che avesse una straordinaria affabilità con la surrealtà. In mente, a noi, viene subito lui, Roberto Abbiati, e così è stato, anche per il regista.