
PISTOIA. È possibile che in una casa dove regna un maggiordomo, che sta alfabetizzando (anche nel suo ultimo giorno di servizio) il suo giovane successore, possa trovarsi, nel salone di casa, un quotidiano di venti anni prima? Certo, gli anziani Zancopè e Mistenghi, (Massimo Dapporto e Antonello Fassari) ex compagni al Liceo Badaloni, la notte prima sono stati alla festa della classe ed entrambi, ubriachi fino al midollo, non riescono a ricordare nulla di cosa sia successo la sera precedente, tanto da stentare a riconoscersi la mattina, al risveglio, che avviene, tra l’altro, per chissà quale strano meccanismo, nel letto della casa del primo, dove han trascorso, vestiti, la notte. Gli equivoci diventano classici quando, non riuscendo a spiegarsi per quale motivo, entrambi, abbiano le tasche piene di noccioli di frutti e soprattutto le mani nere sporche di carbone, su quel giornale, lasciano incustodito per duecentoquaranta mesi, leggono la notizia del barbaro assassinio, avvenuto la sera prima, in via dell’Orsina, a due passi dall’abitazione di Zancopè, di una giovane carbonaia. I presupposti per mettere in scena L’affaire de la rue de Lourcine, di Eugène Labiche, affidandolo alla regia di Andrée Ruth Shammah, che lo trasforma, adattandolo di un secolo, ne Il delitto di via dell’Orsina, ci sono tutti, con un ritardo attoriale imperdonabile però, difficile da digerire.