di Letizia Lupino

PISTOIA. Sono in ritardo. Quelle poche centinaia di metri che mi separano dal Teatro Manzoni di Pistoia li bevo tra il gelo che mi stuzzica le guance e lo zaino che fastidiosamente scivola dalla spalla. Arrivo trafelata in galleria centrale: mi sembra di essere così vicina al palco. L’atmosfera buia mi avvolge immediatamente; senza darmi nessun punto di riferimento mi siedo inciampando. Solo pochi minuti e Argante ha già calcato la scena. Teatri di Pistoia infatti accoglie Il malato immaginario di Molière. Un’opera gigante, un classico che la regia di Guglielmo Ferro rinfresca, rimanendo pur sempre nei limiti di un testo del’600. È il teatro come finzione, come filtro della realtà che fa sì che Argante si serva della malattia non solo per elevare uno status che sembra languire, ma anche per giustificare una lisa volontà nell’affrontare i dardi dell’autrice fortuna. Argante, infatti, sembra palleggiare tra le facili macchinazioni di Bellonia, sua seconda moglie, tra gli infiammati sospiri di sua figlia Angelica e fra il Dottor Diaforetico, figlio d’arte, che pare divertirsi nel somministrare variegate medicine nel tentativo nullo di guarire la paura di vivere di Argante.