di Luna Badawi

FIRENZE. È ora di cena, nel Chiostro di Santa Maria Novella, di una sera calda, ma non afosa. L’ambiente profuma di antico e conserva tutta la bellezza che la storia può riservare. Sei stato invitato a cena con Primo Levi. Sì, proprio quel Levi, il famoso autore di Se questo è un uomo. Sei seduto insieme ad un’altra cinquantina di persone; le luci sono soffuse e il distanziamento sociale rispettato, anche se quello che sta per accadere vorrebbe una vicinanza fisica. Vorrebbe una mano da stringere. Levi sa quanto la storia sia importante, quanto la memoria sia fondamentale, quanto la testimonianza sia un dovere nei confronti dei propri simili. Ed è per questo che non si tira indietro e con estrema lucidità decide di aprirsi e raccontarsi. Alla location meravigliosa, agli archi affrescati, al romanticismo degli alberi che si mescolano ai colori dei dipinti del chiostro si sta per contrapporre uno squarcio di storia violenta, atroce e disumana: l’esperienza del lager. Levi arriva con il suo solito abbigliamento distinto, con la sua razionalità pacata e impressionante. Ed è pronto a testimoniare. In mano hai un foglio con tantissime domande che puoi fargli.