di Chiara Savoi

SIENA. Marco Paolini è da sempre dalla parte giusta, quella del sociale, della difesa dell'ambiente, dell'analisi puntigliosa dei fatti, della ricostruzione senza sconti dei ricordi e anche questa volta si conferma istrione che incanta, fa pensare, commuove e fa anche ridere. Uno spettacolo che racconta la biomassa, quanto pesa, quanto andrebbe protetta e quanto invece stiamo distruggendo perché aumentiamo in modo esponenziale la zavorra inutile. Paolini interagisce con il pubblico e ci chiede se abbiamo una vaga idea di quanto sia il peso della biomassa sulla Terra. Anzi, ci chiede anche se sappiamo cosa sia davvero la biomassa. Pesa 1,3 milione di tera. Ma come si scrive? Quanti zeri ci sono? Come possiamo quantificarlo e capirlo veramente? E da qui, dalla biomassa, partono i suoi ricordi intrecciati con le storie di altri, compresa la Rosina una signora che lui, giovane volontario in Friuli dopo il terremoto, aveva scambiato per un oste e che era invece una signora qualunque che aveva offerto a lui e ad altri sette uomini quel poco che aveva: un caffè con la moka e la grappa. Quando gli otto avventori avevano capito di non essere in un'osteria, ma a casa di Rosina, erano scoppiati a piangere. E Paolini, anni dopo, la va a trovare e lei gli dice una frase semplice: mi hanno ricostruito la casa e hanno spostato l'interruttore della luce delle scale da destra a sinistra ed io continuo a cercarlo a destra dopo tutti questi anni, perché non è facile accettare i cambiamenti.