
SI SARA’ voluta ispirare a quella pianta medicamentosa che nei paesi tropicali raggiunge e supera i tre metri o all’unica comandante dell’impero di Serse? Non glielo abbiamo chiesto, a Silvia Rigoni, in arte Artemisia, appunto, a cosa si debba il suo pseudonimo. La risposta, tra l’altro, potrebbe essere assai più banale e per questo, la domanda, non gliela porremo. Ma l’abbiamo sentita cantare, abbiamo ascoltato le parole del suo testo, Essere umano, catapultato, tre giorni fa, dalla sua voglia di spaccare su tutte le piattaforme digitali, che sono la nuova frontiera della visibilità. Detto da noi, che ci avviamo, con estrema inconsapevolezza verso i sessanta, fa sorridere, ma Silvia Rigoni, anzi, la chiamiamo Artemisia, così il nome inizia a circolare, non è più giovanissima (37 anni; la cima si intravede, dopo, inizia la discesa), nonostante dalle foto, curate da uno staff di tutto rispetto (Matteo Abbondanza, un’istituzione lombarda delle immagini), sembri poco più che una ventenne. Vive al Nord, nel profondo Nord, nel Purgatorio di Mantova (Mantua me genuit) dove le generazioni si allevano, quasi da sole, alla ricerca della migliore condizione umana, che solitamente coincide con posizioni di prestigio, ricchezza e benessere.