
FIRENZE. L’unica cosa decifrabile e comprensibile, e per alcuni versi scontata e doverosa, è stato l’omaggio reso al dolore e al terrore del popolo ucraino, con il suono della sirena latore di imminenti bombardamenti, presagi atomici. Così la Pergola, a Firenze, ha smesso di confabulare con quello seduto accanto e si è accomodato nella poltroncina. Da quel momento in poi, la comprensione – scomodate pure tutti i piani semantici di vostra conoscenza che volete; non ne trarrete un ragno da un buco – è letteralmente scomparsa, completamente sostituita da un livello, indotto, di altissima emozione, articolato su una vastità di angolazioni difficili da memorizzare e soprattutto catalogare. Elenit, ideato e diretto da Euripides Laskaridis, non è una rappresentazione teatrale, ma una prova tecnica di trasmissione post bellica. Anzi, pensandoci bene e meglio, potrebbe addirittura essere un’alternativa lisergica alla distruzione totale, finale, quella che, nostro malgrado, potremmo essere costretti a vivere e subire. Non stiamo usando parole senza senso e luogo per aggirare l’ostacolo dei nostri limiti: non abbiamo capito nulla, ma nel senso più inverecondo del termine. In compenso, però, ci siamo lasciati trasportare, fidandoci ciecamente, degli omini sul palco, in questo viaggio spaziale, iperuranico, dove si perdono i connotati umani e le apparenti bestialità sono ormai parte integrante della comunità dei sopravvissuti.