di Federico Di Pietro

ROMA. Non si può parlare e non voglio ballare. La rivolta ormai è un fatto personale Lasciatemi stare. Così canta Andrea Appino, leader degli Zen Circus nel brano Non voglio ballare, dell’album La terza guerra mondiale. Che la rivolta, che la rivoluzione (anche se concettualmente diverse) sia diventata una aspirazione personale, forse post-storica, ormai lo si può dare per assodato. Non bisogna essere boomer per ammettere, in primis a noi stessi, che forse, certe stagioni del passato, sono solo un flebile ricordo. Chi crede nell’eterno ritorno dell’uguale, temo, rimarrà deluso. Non so, esattamente, se è questo il messaggio di fondo dello spettacolo 89, nella cornice post-industrial del Teatro India di Roma (vi consiglio, nel caso vi trovaste nella capitale, di farci un balzo), ma sicuramente la dicotomia disillusione-commozione riveste un ruolo trascendente per tutta la pièce. Partiamo dall’inizio, come sempre. Cos’è 89? Uno spettacolo, teatrale, che parla di rivoluzione. Vengono prese in esame, almeno in apparenza, due rivoluzioni, per certi versi simili, per altri dissomiglianti. La prima, quella francese, 1789. La seconda, 1989. Sì, del 1989, quella particolare rivoluzione che portò le autorità della Germania est a decretare la fine strategica del muro di protezione antifascista.