di Simona Priami

PESCIA (PT). La famosa commedia di Moliére venne rappresentata per la prima volta nel 1664. Il Tartufo, particolarmente avversa per il contenuto anticlericale, su un testo che analizza l’ipocrisia con tutte le sue possibili sfaccettature, è una brillante rappresentazione di caratteri, con duri attacchi al bigottismo. Altro titolo, era L’impostore, Tartufo; si trattava di un falso che nasconde, sotto un’apparente moralità e una eccessiva devozione, una impietosa disonestà e un animo cinico; il nome stesso è in uso nel linguaggio per rappresentare un viscido e vizioso ipocrita. Moliére, che allora aveva l’appoggio del giovane re di Francia, Luigi XIV, con questa commedia si presentò come anticipatore dell’Illuminismo, prendendo le parti del pensiero laico e andando contro la religione vista come superstizione, anticipatore anche del pensiero di Voltaire e Diderot. Il teatro Pacini di Pescia ha proposto una versione rivisitata in chiave più attuale, neoilluminista, con la traduzione di Cesare Garboli e l’adattamento e la regia di Roberto Valerio, che indossa gli abiti di Orgone. Il sipario si apre mostrando, su un inquietante sfondo nero, quasi apocalittico, e una musica assordante, due personaggi che dichiarano di essere angeli, entrambi vestiti di scuro.