PISTOIA. Ci voleva poco a farlo incazzare, anche se si calmava con la stessa velocità con la quale perdeva la pazienza; bastava una battuta, anche già sentita e gli tornava il sorriso. Perché Enzo Marchettoni esigeva che i suoi clienti si comportassero a modo come si comportava lui. Da quelli anziani, con i quali aveva diviso e condiviso la giovinezza, a quelli delle generazioni successive. E quando qualcuno sgarrava, digrignava i denti e bofonchiava sottovoce, augurandosi che la volta successiva, per quegli ospiti sgraditi, non ci fosse posto. Nel suo locale non si urlava, non si usava un linguaggio scurrile e non si infastidivano gli altri clienti, anche se poi, quasi sempre, a pranzo e a cena, c’era la solita gente e tutti sapevano tutto degli altri, virtù e vizi. Sulle tavole apparecchiate della sua trattoria, quella di San Vitale, o degli Anarchici, scomodando una leggenda cittadina, insieme alla tovaglia, alle posate e ai bicchieri, il cestino del pane, con tanti sacchetti di grissini quanto il numero dei commensali, arrivava sempre dopo. Prima, occorreva ordinare, aprendo i menù conservati in vecchie cartelle in vilpelle amaranto e verde scuso e scritti, giorno su giorno, con la macchina da scrivere, corredati anche da qualche refuso, corretto con il bianchetto o con una X ribattuta sopra, se visto in tempo.