di Marcello Bugiani

DAVVERO INASPETTATA quanto ancora inspiegabilmente assurda la morte di Kim Ki-duk, arrivata oggi ad assestare un ulteriore duro colpo ai nostri fragili equilibri pandemici. Nei prossimi giorni forse sapremo qualcosa di più intorno alla vicenda, per adesso pochi dettagli. Sappiamo che Kim Ki-duk si trovava in Lettonia per questioni personali e lì abbia trovato la morte per complicazioni legate al Covid-19, non molto altro. Comunque sia andata, perdiamo davvero un grandissimo Regista; le sue ultime prove cinematografiche non erano state memorabili, per sincerità, ma per molti anni, in quello che ritengo sia stato il periodo migliore della sua produzione artistica, ovvero la prima decade del nuovo millennio, Kim Ki-duk ha impreziosito di alcuni capolavori i Festival cinematografici europei più importanti, quali Venezia e Berlino. Fin dal primo film che ebbi modo di vedere (L'Isola al Festival di Venezia nel 2000) colpiva l'intreccio profondo tra la violenza dei personaggi e il lirismo delle immagini, la provocazione insolente di questo alternarsi continuo di delicatezza e sangue, di prati in fiore e coltelli macchiati di rosso. Riconoscibile, sempre, è rimasto il timbro coreano del suo cinema.