di Martina Pia Montano

SALERNO. Fisso, ora dopo ora, una clessidra ferma; la sabbia al suo interno ormai raddensata, raggrumata. Della sabbia sottile e fluente che prima scendeva inarrestabile non vi è più traccia; quelli che vedo, solo grumi, una falla nel sistema che rende lo scorrere irritante ed estenuante. Ripenso alla sabbia bagnata sulla riva, densa, cremosa, cemento dei miei migliori castelli, quelli che non cadono, perché i castelli fatti di sabbia asciutta non reggono lo sfilarsi del secchiello, lo sappiamo tutti. Ripenso ai grumi nella mia clessidra, ai castelli compatti e rivedo lo scorrere delle mie giornate di quarantena. Compatte, raddensate, raggrumate, vedo il tempo scorrere, ma non le giornate. Non ricordo il giorno in cui tutto ciò ha avuto inizio, ma non ho la più pallida idea di come possa già essere il 26 marzo. La reclusione non mi spaventa, non ho mai amato il mondo al di fuori delle mie quattro mura e questa non è altro che, egoisticamente, una giustificazione che non richieda troppa fantasia.