FIRENZE. Non c’è bisogno di presentarsi quando ci si traveste così, con una bombetta in testa, i baffetti disegnati alla Hitler, un paio di mocassini sdruciti e quell’andatura inconfondibile, con le gambe arcuate e i piedi a papera. La maschera di Charlot la riconosce chiunque, in tutto il Mondo, compresi i turisti che ieri sera, 20 agosto, affollavano il piazzale che è compreso tra il Duomo e il Battistero, a Firenze. Nel mezzo, al centro di un emiciclo numerosissimo di persone, c’è lui, Ramin Saravi, persiano, come tiene a sottolineare e non iraniano, come qualcuno gli ha detto e spesso gli dice. E' lì, con la sua modestissima strumentazione: il suo riuscitissimo travestimento (complice una somiglianza che è forse figlia di un’abitudine professionale), una piccola consolle dalla quale esce musica (Il monello, Luci della città e Luci della ribalta, soprattutto), qualche indumento per le vittime di turno e un sacco di palloncini che gli spuntano da ogni tasca, utili soprattutto a premiare i suoi collaboratori occasionali più piccoli.