di Bruno Tarasconi

ROMA. Non sono in prima linea, ma neanche in seconda a dirla tutta; perché non è una guerra, non è la nostra guerra, non è come amano tanto dire, per definire, per dare un contorno a tutto questo. Se vogliamo ha degli aspetti della Grande guerra, perché riguardava innanzitutto chi era in prima linea, ma mio nonno che se l'è fatta, che è stato ferito, che amava raccontarmi la trincea, le pulci, la puzza, gli assalti, la tensione, la paura, avrebbe sbattuto i pugni sul tavolo bestemmiando che non devono permettersi neanche di citarla. Non è la seconda, quella che mia madre mi ha fatto vivere oltre che nei racconti soprattutto nelle sensazioni, nella Roma città aperta, nella Piazza Vittoria del coprifuoco, con i camion che irrompevano di notte per cogliere di sorpresa nelle case, con la tensione negli sguardi, con la fame, l'odio, la paura, i bombardamenti. Non c'ero, ma so che non ha niente a che vedere, neanche lontanamente. Ma non sono in prima linea. Solo una cosa mi dà l'idea di un assonanza con quei tempi: il cambiamento. Tutti allora sapevano che nulla sarebbe stato come prima, ma c'era speranza, perché il cambiamento riguardava le idee, perché non si sarebbe potuto stare peggio. Oggi avverto la sensazione del cambiamento, l'avvertono in tanti, anche se domani sembrerà tutto come prima, anche se non sarà come allora. È come se questo virus abbia scoperchiato, anzi del tutto sdoganato, qualcosa che viviamo già da parecchio, di cui siamo già a conoscenza, che lentamente ci sta cambiando, in tutto il globo, senza eccezioni; qualcosa, un processo che l'obbligo del distanziamento sociale ha accelerato, una cosa che avvertivo, forse capivo, ma non intuivo chiaramente come ora.