PISTOIA. E Momò che fine ha fatto poi? Nadie, la bellissima Nadie, con i capelli biondi con i boccoli, avrà continuato a pensare al piccolo figlio di nessuno, salvato, almeno per i primi quattordici anni della sua vita dall’amore di Madame Rosa, ex prostituta ebrea che per contrappasso ha deciso, una volta non più abile a fare le marchette, di accudire alcuni dei figli delle sue colleghe nati per sbaglio? Il teatro non è soluzione; il teatro è provocazione, denuncia, occasione. E allora, è opportuno che il romanzo di Romain Gary, che per vincere la seconda volta il premio Goncourt dovette adottare uno pseudonimo, Emile Ajar, venga catapultato sul palcoscenico e diventi una tragicomica rappresentazione. Tragica, perché non potrebbe essere altrimenti: bambini senza genitori cresciuti in un ostello riservato a figli di prostitute distratte, in un penoso meltinpot di solitudini astrali, non può che generare sconforto e pietà; ma anche comica, perché la capacità di adattamento di ognuno di loro e in particolare del piccolo Momò, il più grande dei bambini di questo strano asilo in una banlieu parigina, diventa il diritto resurrezionale di un’umanità intera, un’altalena di emozioni che rimbalzano, sistematicamente, dalle lacrime ai sorrisi. Silvio Orlando, protagonista assoluto e solitario – anche se la presenza musicale dell’Orchestra Terra Madre (Simone Campa alla chitarra, Gianni Denitto al clarinetto, Maurizio Pala alla fisarmonica e Kaw Sissoko al kora e al djembe), con la quale chiude la scena con un bis musicale nel quale racconta la sua prima passione artistica, il clarinetto - di questa trasposizione teatrale, sembra egli stesso cresciuto in uno di questi asili per bambini sfortunati.