di Sura Bizzarri

LE COSE BELLE, quelle veramente belle, non hanno bisogno di mediazioni. Ti entrano dentro, ti bucano, ti trapassano. Sorpassano il clamore, le grida e gli eccessi della volgarità. Dallo schiamazzo di un bazaar orientale ti ritrovi nella pace mistica di un riad, nel quale giungono solo, da direzioni diverse, i canti dei muezzin che richiamano alla preghiera. Le cose veramente belle sono sostanzialmente sporadiche; una musica, una melodia che raggiunge l’apoteosi, diventa un cliché se ripetuta continuamente. Il tripudio del pubblico, così trascinante nel momento di gioia e commozione collettiva, si lascia impoverire e banalizzare dalla ripetizione costante, fino a diventare tedio. Sono le note giunte inaspettatamente all’orecchio, le pitture con le quali ci incontriamo, o scontriamo, casualmente, le parole concatenate e pronunciate con tono pacato ad assumere un valore assoluto, irraggiungibile, invalicabile. Poiché abbiamo coscienza che da quel momento non saranno più sulle nostre labbra, che sono l’istante irriproducibile di collegamento con la nostra coscienza. E in quella consapevolezza tutti i sensi convergono per rendere l’attimo irripetibile. Una sorta di orgasmo dell’anima. Clara da molto tempo vive nel silenzio. Non ha bisogno del clamore, della folla, della gente. Lei abita il suo mondo pallido in modo da poterlo colorare attraverso sé stessa. Perché da diverso tempo ha imparato a vivere di sé, a contare solo sulla forza della sua stessa forza. Era un mattino d’inverno, presto presto, quando la morte venne a trovarla.