di Sura Bizzarri

MAMMA, davvero dobbiamo morire tutti? Io voglio che tu non muoia mai. A Compiobbi, fra il ‘300 e il ‘400, viveva una piccola comunità di frati. Al di là delle alte mura del convento, che custodivano la vita, le speranze e la morte di quei frati attraverso una cappella, alloggi sicuri e silenziosi, orti ben coltivati e un piccolo cimitero, c’era un albero carico di frutti. Notoriamente gli alberi fioriscono in primavera e fruttificano in estate, ma quello era un albero anomalo. Nel tardo autunno, quando le foglie ormai ingiallite cominciavano a cadere lasciando nudi e inermi i rami nodosi, quando attraverso le fessure delle mura si intravedevano le piccole celle che parevano grotte ricavate nella nebbia, proprio allora il colore dei suoi frutti raggiungeva l’apice d’intensità e spaccava il grigiore circostante. Era un paradosso, un gioco di contrasti che gli occhi di chiunque passasse non potevano ignorare. A quei tempi, Elia, non si scattavano foto, altrimenti resteresti meravigliato dall’immagine dei grossi rami di quel possente albero straordinariamente aperti e ornati di frutti succosi, belli da vedere e buoni da mangiare. Immagina, Elia, il grigiore di un convento medievale costruito coi sassi del fiume e l’esplosione creativa dei rami tesi, come braccia nude, a dispensare colore nel cortile di pietra. E i piccoli frati racchiusi in umili sai marroni, persi nei loro mille, centomila passi operosi. Quell’albero era l’immagine stessa del convento e in quanto tale veniva custodito e venerato al pari di un prezioso crocifisso. Intorno a questo si svolgeva la vita di quella comunità capace di autosostenersi col lavoro di raccolta e con la fabbricazione di medicamenti terapeutici.