di Sura Bizzarri

LO CONOSCEVO solo come un nome, un brusio in televisione, un suono soffiato nelle orecchie, ma mai giunto veramente al cervello, voci che ne parlavano in strada, nei bar. I discorsi uggiosi che ai ragazzi proprio non interessano, parole ripetute che diventano vuote, incolori, inodori. Ma quel giorno ero a Roma, avevo accompagnato mio nonno a trovare suo fratello, che lì si era trasferito nel primo dopoguerra. Stavo a tavola con persone di cui tanto avevo sentito parlare, ma mai avevo conosciuto. E non era un pranzo di circostanza, di quelli in cui si scartano i regali di Natale e si sprecano, l’uno verso l’altro, complimenti improvvidi. Figuriamoci! Due vecchi fratelli che non si vedevano da almeno trenta anni senza mai telefonarsi, sentirsi; di convenevoli ne avevano davvero pochi. Era piuttosto un pranzo di luce, di abitudini diverse. Un pranzo pacato, sobrio, ma non elegante. Poche parole per raccontare cinquant’anni trascorsi. Oltre ai nonni, ormai vedovi, c’erano i figli e i nipoti. Ragazzi come me, nati e cresciuti a Roma, estranei, coi quali mi rendevo conto di condividere qualche tratto somatico. Nonno Cesare e lo zio Sergio, i due attori, parlavano piano, con gli occhietti stretti fra le rughe di sorrisi ormai addomesticati dal tempo. Noi, tutti gli altri, i commensali comparse, coloravamo e perfezionavamo i loro dialoghi. Per me fu una suggestione, tanti momenti della vita lo sono, o lo diventano, tanto quella giornata si è cristallizzata perfettamente nella mia memoria.