di Sura Bizzarri

UNA SAGOMA sottile, una silhouette che saltella sull’orlo del tramonto e dell’alto muro, al di là un colle di lapidi, bianche, monotone, tutte uguali, riverberate e striate di arancione. Il primo brivido della sera, dopo una giornata calda che non ha mai allentato la presa. Il ragazzino si muove come un felino, in perfetto silenzio, uno sguardo al di là e uno al di qua del muro, poi avanti e dietro; il suo corpo magro e longilineo è una molla pronta a scattare, ad appiattirsi o a spiccare un salto verso il basso. Dopo un pomeriggio solitario nel bosco, a cercare sassi, a esplorare il fiume e a risalirne la corrente, l’incontro con un gruppo di sbandati, ragazzi più grandi, evidentemente ubriachi di vino e voglia di trasgredire. Lui neanche li conosce, quei ragazzi, lui è solo un pretesto per permettere loro di esercitare l’impudico mestiere della sopraffazione. Ogni gesto del ragazzino, ogni espressione del suo volto, ogni suo tentativo di andarsene sono derisi e bloccati dal gioco crudele del gatto col topo, presa allentata per esser subito rinforzata. È la festa del paese, la più bella sera dell’anno, i colori del giorno si smorzano mentre i suoni cominciano a salire; bimbi che si rincorrono per strada, musica sparata dagli altoparlanti, ragazzi che gridano e vecchi che imprecano giocando a carte.