di Sura Bizzarri

POICHE' oggi fa molto caldo e non ho premura, voglio concedermi un giorno di pausa dal lavoro. L’aria è spessa, pesante sulla pelle, potrei socchiudere le persiane e distendermi sul letto, al solo contatto delle lenzuola fresche. Ma voglio uscire e non riesco a rinunciare all’amica di sempre, colei con la quale condivido il mio lavoro e tutta la mia vita. Inforco la bretella della Nikon ed esco. Poiché non ho voglia di incontrare amici, la mia direzione è il parchetto antistante la stazione ferroviaria, per mescolarmi a passeggeri anonimi e ai ragazzini fra le altalene sgangherate. Poiché ho deciso di non lavorare userò la mia Nikon come puro esercizio di stile fotografico, come occhio della curiosità, a completa disposizione del mio senso estetico. Pensieri non ne ho; solo idee sparse che rimbalzano nel vuoto interiore. I miei occhi sono obiettivi alla ricerca di forme e suggestioni. Poiché sono fermamente convinto che una buona foto può nascere nel luogo più anonimo, mi siedo sulla vecchia panchina in ferro battuto corrosa dal tempo e attendo, attendo passi, suoni che dirigano il mio sguardo, movimenti degni di attenzione; cose portate dal vento, gambe che scendono sulla banchina, freni lucidi che stridono o opachi e cupi e sferraglianti. Qualche scatto, per prendere confidenza col luogo, per calcolare le inquadrature, le forme geometriche che possano dare movimento e profondità all’inquadratura.