di Olimpia Capitano

LIVORNO. I flagelli, invero, sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa. Nel mondo ci sono state in egual numero pestilenze e guerre; e tuttavia pestilenze e guerre colgono sempre impreparati (…) I nostri concittadini, al riguardo, erano come tutti quanti, pensavano a se stessi. In altre parole, erano degli umanisti: non credevano ai flagelli. Il flagello non è commisurato all’uomo, ci si dice quindi che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà. Ma non passa sempre, e di cattivo sogno in cattivo sogno sono gli uomini che passano, e gli umanisti in primo luogo, in quanto non hanno preso le loro precauzioni. (Albert Camus, La peste, 1947). In questa fase di necessario distanziamento sociale, clausura un po’ volontaria, un po’ forzata, emergono tante riflessioni, a partire da quelle relative alla situazione politica attuale, alle condizioni sistemiche, ai timori che si celano dietro echi biopolitici, ai rischi involutivi futuri (il nazionalpopulismo si nutre delle retoriche che stanno permeando il discorso politico attuale), alle speranze per una svolta che sradichi la visione del mondo neoliberista; una svolta faticosa e lunga, lunghissima, che però potrebbe prendere atto, avviata da un passaggio evidentemente critico e dal contemporaneo emergere di spinte sociali che chiamano verso quella direzione.