I GRANELLI di memoria scendono, a ritmi regolari, da un’ampolla a quella sottostante. Ma restano in perfetto ordine e anche capovolgendola, la clessidra che li conserva, il risultato non cambia: tutto torna al suo posto, con straziante dolorosa precisione. L’abbiamo letto famelicamente Madre ti ho aspettato a lungo (edizioni Caracal, 14 euro), ansiosi di arrivare, in uno dei 20 capitoli del volume che battezza l’esordio letterario di Anna Adler, al point breack (anche ripensando al capolavoro cinematografico di Kathryn Bigelow, del 1991), alla resa dei conti. Niente da fare. Tutto quel dolore, cieco, immotivato, sprezzante, destabilizzante, invece, che avrebbe mandato al tappeto un qualsiasi altro nerboruto pachiderma capace di sopportare le più indicibili angherie, tra l’altro sofferte sistematicamente con chirurgica precisione e a sadici, regolari, intervalli di tempo, non è esploso e quella bambina allora vestita da maschietto, che è diventata una donna elegantemente vestita da femmina, ha deciso di raccontarlo.