Letterato ermetico, Erri De Luca. Le sue parole, lievi, sono puntuali macigni. Lampi che squarciano la notte, quella nella quale abbiamo deciso di voler vivere. Con due eccezioni, nella fattispecie: il re dei camosci e l’assassino di sua madre, protagonisti muti de Il peso della farfalla (Feltrinelli, ovviamente). Entrambi non sono abituati a relazionarsi con il prossimo, ma solo con il mondo che li circonda. La vita ha imposto loro di crescere da soli. E così han fatto. Sono diventati forti. Il primo è il dominatore incontrastato dei branchi di camosci dolomitici: divenne re in un giorno, al suo primo duello. Anche il cacciatore era il primatista assoluto della sua categoria: alpinista, riusciva ad arrivare dove nessun altro dei suoi colleghi, ma nemmeno i bracconieri, osavano pensare. Le loro storie viaggiarono parallele per molti anni: il primo mantenne lo scettro del proprio impero senza nemmeno dover combattere un duello; il cacciatore centrò, al primo colpo, con la sua 300 magnum e la pallottola da undici grammi, oltre trecento camosci. Nessuno come lui, con quella precisione, con quella media.