QUANDO a Pistoia aprì la redazione del quotidiano Il Tirreno (1989), il Festival Blues era nel pieno della propria bellezza. E da collaboratore in cerca di contratto, girovagavo per la città a caccia di commenti, con un fotografo alle spalle (prima Emiliano Liuzzi, poi Lorenzo Gori e dopo Gabriele Acerboni), che immortalavano, nei pomeriggi delle inchiestine, le sagome facciali degli intervistati (ai quali chiedevo nome e cognome, altrimenti: no generalità? No party!), prima di eternizzare, la notte, gli artisti sul palco di piazza del Duomo. Erano molti quelli che si lamentavano della manifestazione, per svariati motivi, uno più ridicolo dell’altro, ma quando arrivavo con block notes e penna e uno dei fotoreporter sopracitati al seguito, anche il più incallito e farneticante detrattore del Festival iniziava a tentennare, difendendo con minor vigore il proprio vantato purismo blues o sminuendo sensibilmente la propria xenofobia misoneista e il suo incomprensibile astio nei confronti dell’evento si scioglieva come neve al sole.