di Elena Bernardini

LA REALTA’ non mi piace più…, allora la trasfiguro. È questo il punto focale del film di Paolo Sorrentino, È stata la mano di Dio. Opera di formazione in quanto la rappresenta, delinea il destino di Fabietto seguendo il suo percorso artistico e sentimentale in una Napoli inconsueta (baciata da una luce che sembra non sua, ma che in realtà è quella del luogo interiorizzato), mancante dei suoi luoghi comuni, ma affollata dai caratteri che la rendono unica. Manca la solita rappresentazione della città. Napoli, qui, è una città vista attraverso un percorso nei suoi sotterranei reali e culturali e che riesce a esprimere sublimi creatività. La prima parte del film delinea e fa agire magistralmente i caratteri. In una città stranamente immobile la procace (e svitata) zia può incontrare San Gennaro che le dà un passaggio in macchina e le fa incontrare o’munaciello (il grandioso lampadario a terra, nella casa nobiliare in cui avviene l’incontro è una trovata scenica di grande effetto); le riunioni di famiglia sono occasioni impareggiabili per esercitare in positivo tutta l’ironia e tutto il cinismo della tradizione, archetipi comportamentali e culturali che si rivelano essere la vera livella (anche se non palese) per il popolo e l’alta borghesia della città. Fabietto non sa quale sarà la sua strada dopo il liceo.