SIAMO nella periferia romana, terra di saccheggi cinematografici, ma non siamo a Tor Bella Monaca, a Corviale, sulla Tiburtina. Siamo da un’altra parte, a Spinaceto, in un quartiere residenziale, con villette a schiera, balconi luminosi, piscine gonfiabili nei giardini, popolato da famiglie scampate e scappate dalla miseria, ma solo quella economica. Sono una comunità di aridi, anaffettivi, scarsamente scolarizzati, con i figli che sembrano usciti da un’idea cartoon di Schulz con la supervisione di Pier Paolo Pasolini. Abbiamo visto Favolacce, su Prime Amazon (al cinema non si può ancora andare; in chiesa, sì, in compenso) terza pellicola dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo, e ne siamo usciti con le ossa un po’ malconce. È una strana, calda, caldissima estate metropolitana, resa ancor più anomala dal fatto che i bambini, invece di essere in vacanza, vanno a scuola. È la loro salvezza, in compenso, anche se uno dei loro professori (Lino Musella), accusato di aver, seppur involontariamente, aizzato i suoi alunni alla costruzione di bombe, viene cautelativamente sospeso dalla cattedra.