di Alagia Scardigli

NEL SEQUEL di Blade Runner l’anno è il 2049 e ci sono macchine volanti, pubblicità sotto forma di ologrammi ciclopici e il mondo appare come un’enorme industria abbandonata. Gli uomini che lo abitano sono così piccoli rispetto a questa macchina gigante che li governa; non si vedono nemmeno: sono annebbiati dalle piogge acide, non c’è sole che possa illuminare le loro vite. Ecco, ma dove sono, questi umani? Chi sono gli umani? La nostra identità è basata sulla memoria. Da 1984 a Fahrenheit 451 sappiamo che la distopia si realizza quando l’uomo cessa di ricordare, se smette di ripensare alle sue origini. Ma se in questo cyber-futuro la memoria fosse data anche a chi non ha vissuto? Cosa accade se generi ricordi in chi non ha un’infanzia, in chi non ha un’anima? Un replicante può provare emozioni, anche se inculcate? Può porsi dubbi esattamente come fa l’uomo filosofico? Allora cosa distingue i nati dai creati? La linea che separa umano da replicante è così sottile da metterci in confusione per tutta la durata della pellicola.