di Caterina Fochi

Con la telecamera attaccata a quel che resta di un’anima, l’inquadratura non è completa, ma quel che si riesce a vedere non fa male, uccide. Laszlo Nemes, con Il Figlio di Saul, racconta la Shoah come mai nessuno prima, con quel coraggio e con quella radicalità di chi non può dimenticare. Il regista, classe 1977, ungherese di nascita, ha avuto infatti parte della famiglia assassinata ad Auschwitz e questo legame biografico è la leva che lo spinge non solo a dare massima aderenza storica ai fatti, ma a manifestare tutto quel dolore per il quale non ci sarà mai nessun rimedio.